Lo Champagne resta il riferimento simbolico, ma il quadro è più articolato: Cava, Crémant, metodo classico italiani e spumanti inglesi stanno guadagnando spazio, mentre si osserva un progressivo “trading up” del consumatore. In parallelo, si registra una sensibilità crescente al prezzo, con soglie psicologiche ben definite, e una domanda sempre più orientata verso qualità, autenticità e sostenibilità.
Interessante anche l’attenzione verso stili alternativi e metodi antichi – dal col fondo al pét-nat – che, dopo una fase di forte curiosità, sembrano ora lasciare spazio a un ritorno verso espressioni più classiche del metodo tradizionale. In Danimarca la ristorazione di alto livello influenza le scelte nazionali, mentre in Norvegia, nonostante un mercato fortemente regolato, emergono nicchie di valore per alternative premium allo Champagne.
Il quadro che emerge non è quello di una moda passeggera, ma di un cambiamento strutturale nelle preferenze di consumo: meno frequenza, più consapevolezza, maggiore attenzione alla qualità e alla narrazione del prodotto. Un segnale che merita attenzione anche per le imprese italiane, chiamate a presidiare un’area che, pur numericamente contenuta, incide sulle traiettorie qualitative del mercato europeo.